È stato Franco Maria Ricci due anni fa a scoprirla e a dedicarle un volume, curato da Chiara Basta: oggi la singolare collezione di Divini Infanti di Hiky Mayr, risultato, unico al mondo, di trent'anni di appassionata raccolta di sculture del XVII-XIX secolo raffiguranti Gesù Bambino, è nota in tutto il mondo e approderà in marzo anche a Parma, a Palazzo Bossi-Bocchi in strada al Ponte Caprazzucca, sede della Fondazione Cariparma.
La collezione, che raccoglie duecento sculture di Gesù Bambino realizzate da artigiani europei ma anche di colonie cristianizzate dalle missioni portoghesi come Filippine e Brasile, è senza dubbio la più importante al mondo di questo tipo di simulacri, dall'ingenuo manufatto artigianale a opere di alto livello artistico.
I due ambiti di uso di questi oggetti restarono a lungo quello monastico, dove s'impiantarono veri centri di produzione (in Italia il maggiore era a Lucca) e quello domestico, dove fungevano da oggetti apotropaici per donne incinte o in procinto di sposarsi o per riti consolatori per maternità negate. Le sculture sono in legno, terracotta, cera, cartapesta, con dimensioni dai quindici ai novanta centimetri.
Dal punto di vista iconografico sono rappresentate tutte le tipologie conosciute, dal Gesù Bambino in fasce a quello nudo, sia in piedi che seduto, o al "piccolo Re" abbigliato con ricche vesti e dotato di un corredo adeguato. Certo, la perdita del contesto in cui erano collocate le sculture non riesce certo a comunicare ai contemporanei la devozione dei fedeli e la sensibilità per la fisicità sprigionavano questi Bambini Gesù.
La realizzazione di questi oggetti, in origine finalizzata ai drammi liturgici medievali (dove fungevano da veri e propri protagonisti), si sviluppa dal XVI secolo in poi, in parallelo alla riscoperta dei valori positivi legati all'infanzia, con lo sviluppo del culto del Divino Infante e di Maria Bambina nell'Europa centrale e nel Nord Italia, sculture dipinte in genere di dimensioni superiori al mezzo metro. La produzione raggiunge il proprio apice nel XVIII secolo con manufatti dalla forte impostazione realistica, di straordinaria qualità scultorea e di grande accuratezza nel dettaglio.
Discorso a parte meritano gli abiti: interi corredi per i diversi momenti dell'anno liturgico accompagnavano alcune delle più belle effigi. Con il XIX secolo la produzione di queste sculture di grandi dimensioni decade e finisce per rivolgersi soprattutto all'arte presepiale, con oggetti di più piccole dimensioni, non più finalizzati alla devozione.
La mostra a Palazzo Bossi-Bocchi che s'inaugurerà il 14 marzo si concentra, a differenza dell'esposizione della collezione Mayr svoltasi al Museo Diocesano di Milano che la precede di alcuni giorni, soprattutto su una sequenza della raccolta, quella delle Marie Bambine.
Anche se le effigi della Madonna bambina sono una parte minoritaria della collezione, la loro preziosità intrinseca non è inferiore, soprattutto per la cura che gli artigiani di questi oggetti hanno dedicato alla sontuosità degli abiti e alla qualità complessiva della realizzazione. Si tratta per lo più di sculture commissionate e provenienti da conventi e monasteri femminili o da famiglie nobili che intendevano fornire alle figlie un riferimento iconografico e simbolico di un modello di vita.